In questo brano il compositore mette in relazione immobilità e musica, due concetti che difficilmente sembrano lavorare in sintonia. Il brano  smentisce questa separazione annunciata dalle parole. L'immobilità si rende protagonista del brano attraverso una strategia peculiare: i movimenti del pianista sono stati sintetizzati in tre macro-categorie: avambraccio (A), polso (W) e articolazione delle dita (F). Queste categorie sono dispositivi di cui il pianista all'occorrenza deve sapere ridurre, aumentare o perdere completamente l'utilizzo. Le categorie di avambraccio, polso e dita sono rappresentate nel corso del brano attraverso delle percentuali che indicano la percentuale di funzionalità di quel particolare movimento. L'esecutore farà riferimento alle percentuali diventando così l'oggetto su cui l'immobilità si ripercuote.


Si  può dire che Ebben sia quindi uno studio sull'immobilità più del musicista che della musica, che comunque rallenta e si intorpidisce progressivamente, fino a spegnersi del tutto. 

 

Quelle che in un qualunque brano sarebbero pause temporali sono invece in Ebben pause dovute all'assenza di movimento fisico del musicista. 

 

Nonostante la componente fortemente analitica, il brano rimane estremamente espressivo e fluido e gran parte delle dinamiche, delle articolazioni e dell'agogica in generale sono lasciate alla sensibilità dell'esecutore.

 

NOTA DEL COMPOSITORE: La prima assoluta di questo brano è stata eseguita su un fortepiano viennese del 1820 con i seguenti pedali: risonanza, moderatore, una corda, fagotto e turcherie (non utilizzate in questo brano). Per future esecuzioni si consiglia di adottare un modello simile o di rivedere liberamente la pedalizzazione per adattarla allo
strumento.

Ebben - for viennese fortepiano

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    ©2018 by Riccardo Perugini